sabato, 17 maggio 2008,

Marc Trivier
Andy Warhol, New York, 1982
stampa ai sali d'argento
copy Marc Trivier
(fonte)

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La prima cosa da fare è osservare la foto. Smettere di leggere. Per favore, guardatele di nuovo.

Avete notato che non sono quello che sembrano al primo sguardo?

John Berger - My beautiful (Bruno Mondadori)
[ testo scritto da Berger riferendosi alle fotografie che Trivier ha fatto alle sculture di Alberto Giacometti, oggetto dell'osservazione ambivalente tra i due autori nel libro 'My beautiful']
venerdì, 16 maggio 2008,
Mi dice: 'Tu non sei femminile' e io mi fermo, ruoto il collo per guardarlo.
Mai pensato di esserlo. Mai voluto.
O no?
Me lo chiedo adesso, dopo. Ed è una domanda insistente quanto scivolosa.
Forse ogni tanto, quando magari o potevo ed era.
No.
Io e questo sacco non possiamo.
Poi però mi ha sorriso. 'Tu sei così, lo so. Magari un tacco alto, diciamo medio, o un jeans elasticizzato...' Occhiolino da corsaro prima di uscire, scappare.
E io resto seduta, mi sbircio e scuoto la testa. Ma i tacchi dove? Alle tennis non rinuncerei neanche...

Credit foto.
giovedì, 15 maggio 2008,
Di recente qualcuno mi ha detto che ‘ siamo il primo paese del Terzo Mondo’. E questa affermazioni mi è rimasta cucita addosso perché i cellulari, i pc, internet, i tv al plasma, gli ipermercati, le vetrine luccicanti, i multisala… tutto, guardandoci dall’alto, ci mostra come un paese che segue una qualche forma di sviluppo, a modo suo magari ma la segue.
Invece no, non come vogliamo credere.
Abbiamo si, i cellulari con cui possiamo anche vederci e fare boccacce ma poi non ci indigniamo più se una donna è costretta a rinunciare a lavorare perché madre.
Non ci incazziamo più.
Questo mi spaventa, come concetto generale.
Siamo ormai omologati, mi viene da pensare.
Tutti presi dalle nostre realtà, da ritmi e condizioni più o meno voluti ma che poi, una volta piovuti sul groppone, ci trasciniamo in giro per quest’Italia stanca. Nient’altro.
Certo, guardiamo i tiggì, poi col satellitare da qualche anno siamo diventati quasi malati di reality e prodotti televisivi vari… certo. Vediamo la gente che muore per strada, i bambini coi loro pancioni enormi e gli arti ridotti a mucchietti di ossa inermi. Appena possiamo ci lanciamo in risse e magari tiriamo anche fuori coltelli o altre armi che ‘casualmente’ abbiamo in tasca. Seguiamo dibattiti morbosi coi plastici che riproducono la scena del delitto e le tracce di sangue. Sappiamo tutto di questo o quello.
Crediamo di sapere.
In realtà è solo, semplicemente, dolorosamente lo strato superficiale che neanche tocchiamo, il più delle volte. Lo guardiamo sempre da lontano - rigorosamente da lontano.  Commentiamo, per carità! Abbiamo sempre qualcosa da ridire.
Poi basta. Si passa oltre, si va avanti con qualcos’altro da incastrare nel nostro microcosmo super impegnato di vita ‘a modo nostro’. Ognuno per sé. Con pochi scossoni se possibile.
Se.
Possibile.
E allora io non mi ritrovo in questo quadretto. Con tutte le imperfezioni che ho e ci mancherebbe non fosse così. Non è così che.
Eppure non frega niente a nessuno.
Anche questa frase l’ho sentita ripetere spesso, sempre riferita alle tematiche delle madri lavoratrici anche se poi, volendo andare un pò oltre (non tanto, appena un pò) è una filosofia generale.
Anche quando tentavo di guardare in quegli angoli che separano le madri e basta dalle c.d. ‘madri assassine’, anche all’epoca il sentore era lo stesso. Non frega a nessuno di andare oltre.
Ci si indigna.
Magari a tavola, la sera, si fanno dibattiti con toni alti e nervosi. Si condanna. Questo sempre e comunque.
Ma poi tutto finisce lì.
Non vogliamo capire, non ci interessa grattarlo via questo strato superficiale. Tanta fatica, scomodità, sudore e forse dolore. E chi ce lo fa fare? Molto meglio restarne lontani, e lasciarci vivere come ci sembra di stare meglio.
Io non lo so, se così stiamo davvero meglio.
O se piuttosto ci costruiamo bolle di normalità dentro cui relegare i vari aspetti della nostra vita, del nostro essere comunque vivi e pensanti ma anestetizzati.
E se anche qualcosa si potrebbe cambiare speriamo sempre che lo faccia qualcun’altro. Lasciamo ‘l’onore’ agli altri, ci convinciamo che prima o poi si farà avanti quel qualcuno che troverà il modo giusto per.
Non esiste un modo giusto.
Tutti si prova e si sbaglia.
Poi però ci si rialza anche, volendolo.
Certo.
E’ più semplice e dolce evitare tutto: non incazzarsi mai sul serio, non scandalizzarsi fino in fondo, fare spallucce all’occorrenza, condannare senza capire, non.
Siamo una nazione di ‘non’.
Forse da perfino fastidio chi mostra qualche timido tentativo fuori dall’omologazione.

Dottore! Immediatamente un ciclo completo di terapie d’urto… così vediamo se avrà ancora voglia di urlare…

Mi sento come se fossi uno di quei bambini che vengono tenuti farmacologicamente calmi, forzatamente inermi.
Io non voglio vivere così.
Per poco che conti, almeno non mi nascondo.

B.

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Avevo scritto altre cosette prima di quelle di cui sopra. Qui, se volete, le trovate.

Domani la seconda parte dell'intervista a Silvia Ferreri su 'Decliante' (per chi non fosse praticato: vedi post sotto). E la prossima settimana, sempre nell'intervista, entreremo nel 'vivo' del discorso 'madri e lavoratrici in Italia'. In parte, queste mie annotazioni nascono anche da quello che mi ha detto Silvia e che sto elaborando, ma è una digestione lunga e difficile.

Sul tema io sono sempre qui.

Foto BG.

mercoledì, 14 maggio 2008,



Intervista a Silvia Ferreri.

Da oggi QUI e per le prossime settimane ci sarà di che discutere.

Vi aspetto.

Barbara


Per chi volesse contattarmi e lasciare un contributo: scrivetemi.
martedì, 13 maggio 2008,
‘Volevo dire però.
Però vaffanculo ecco. È questa la vita? Che gran fregatura allora. Correre, sudare, vomitare, sporcarsi di terra e merda, studiare vaccate, imparare linguaggi, fare l’equilibrista tra consuetudini e costumi. Poi.
Volevo dirti che magari c’è dell’altro.
Le emozioni per esempio. Sempre in agguato. L’odore dell’aria novembrina, pungente e frizzante come una coppa di champagne. Le tonalità che sfumano in un tramonto autunnale mentre sei in macchina di ritorno dal lavoro. La telefonata che non ti aspetti. La pioggia che ti corre fin dentro le mutande mentre la bara sfila tra la ghiaia bianca. Il sorriso di tuo figlio ....

>> Racconto pubblicato su Rivista Inutile

[Ringrazio la redazione di Inutile]
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Immagine da Flickr: Lol_a

lunedì, 12 maggio 2008,
Ieri l'On.Mara Carfagna, neo eletta Ministro per le Pari Opportunità dal nuovo governo ha rilasciato la seguente dichiarazione:

"Elevare il tasso di occupazione femminile e' un importante obiettivo, ma va necessariamente fatto coincidere con politiche che permettano alle donne lavoratrici di far figli e seguire la famiglia. Serve una legislazione sul modello francese che permetta alla madre di non pregiudicare il suo percorso lavorativo, sopratutto grazie a strutture socio-assistenziali e ad asili nido che devono moltiplicarsi in fretta. "
Fonte Agi.

Non ho nessun commento, volevo solo  lasciare qui queste parole che probabilmente in futuro torneranno a rimbalzare. Nei prossimi giorni su Declinate pubblicherò un'intervista che Silvia Ferreri mi ha rilasciato a proposito del suo progetto 'Uno virgola due' e quindi anche sulla tematica donne-madre-lavoratrici. Ci sarà di che riflettere.

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Vi ripropongo un'intervista che Dacia Maraini rilasciò a 'Le invasioni barbariche'. Merita. La voce di una donna che ha visto e ascoltato molto nella sua vita.
Poi, se volete, si sta discutendo del suo ultimo libro a Letteratitudine QUI.
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La scorsa settimana è nato un nuovo canale su Sky a cui è associato un blog che è parte integrante del progetto.
Immagino che ne avrete sentito parlare.
Si è parlato di informazione libera. Di possibilità di mostrare la 'propria realtà' senza filtri o deformazioni. Ho sentito usato il termine 'rivoluzione'.
Ma anche ' le notizie fatte da voi'.
Chissà.
Io resto a guardare, in attesa.

>> Current - canale 130 su Sky
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Resto ancora a disposizione per raccogliere le vostre opinioni sul tema di inizio post ovvero 'donne-lavoratrici-madri'. Su questo blog ho già lasciato nelle scorse settimane delle segnalazioni. Ne continueremo a parlare, se vorrete insieme.
Qualsiasi pensiero abbiate, esperienza... se volete lasciare una traccia, discuterne con altri su Declinate, confrontarvi con le diverse realtà...
Scrivetemi.
E non ci sono distinzioni. Sembra un tema prettamente femminile ma poi, a guardarlo bene, non lo è affatto. Per cui sentitevi liberi di lasciare il vostro contributo, se volete ovviamente.


Forse non si può nell'immediato, cambiare qualcosa.
Forse non possono singole voci ottenere quei leggeri spostamenti politici, sociali, culturali e legislativi necessari a progredire, a rendere le donne più libere.
Forse.
Però parlarne e continuare a farlo, insistere e non mollare sono già un punto di partenza. Se è davvero tutto quello che possiamo fare allora io dico 'facciamolo'. Discutiamone fino a sfinirci. Non diamo modo a nessuno di dimenticarsi di questa grave mancanza della nostra povera Italia.

Barbara
venerdì, 09 maggio 2008,
Sono stanca ma non mi fermo. Non posso.
Poi - forse - neanche voglio. In effetti non voglio.
Ho bisogno di arrivare fino in fondo, di crederci e sapere che posso abbattere quelle barriere che credevo troppo alte e scivolose per una come me. Una che sa quali sono i suoi limiti, una che si ascolta ma che spesso rischia di arrivare 'tardi', quando la caduta è ormai prossima, vicina, sempre di più, poi niente. E' fatta.
Sono stanca ma viva e già questo è un modo per alzarsi la mattina con l'idea che chissà.

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Ringrazio E. che mi ha dato lo spunto per QUESTO post che prosegue un percorso per me importante.
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Alle volte i cerchi si chiudono da soli, senza sforzi o costrizioni.
Apprendo oggi che è stato pubblicato sul ricco sito di Patrizio Pacioni un mio racconto intitolato 'Il tunnel'. E sto sorridendo adesso perché è quasi sempre così che accadono le cose migliori. Lo scrissi poco prima di rientrare a lavorare dopo aver partorito. Lo scrissi senza pretese, volevo far uscire quelle paure che sentivo crescere. Una parte della storia, il tunnel vero e proprio, l'ho sognato una notte. I simbolismi sono venuti da sé, ripeto senza pretese o accorgimenti particolari.
E l'aspetto ironico è che oggi ci sono ancora dentro, quel tunnel. Perché in effetti non ho scelto.

"

- Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

- Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

- Il tunnel ha delle regola, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

.... "

Il resto lo si rintraccia da questa pagina.

Ringrazio Patrizio, autore sensibile e attento.

martedì, 06 maggio 2008,

Il progetto su


donne-madri-lavoratrici

prosegue.
QUI un tassello  importante, un punto di partenza per riflettere e confrontarsi.


Mentre QUI si parla di un libro che anch'io sto leggendo. Se avete tempo sbirciate i commenti. Lo so, sono tanti. Ma preziosi.
lunedì, 05 maggio 2008,

Continua il mio viaggio nel carnevale di provincia QUI.


Ma sto ancora aspettando vostre mail sul tema maternità e lavoro.
Non importa che siano firmate.
Usate un nickname, i nomi dei protagonisti dei cartoni che guardano i vostri figli.
Importa che abbiate voglia di raccontare la vostra esperienza nel mondo del lavoro da donne e madri.
Importa che ci si condivisione e onestà.
Davvero nessuna ha niente da dire?
C'è un progetto partito domenica che presto si alimenterà di nuovi spunti e interventi interessanti. Avrei bisogno del vostro aiuto per renderlo il più possibile vicino alle realtà delle donne-madri-lavoratrici.
Qui le informazioni preliminari.
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Foto di Simona Zanicheli (Studio FotoZeta di S.G.Persiceto).
sabato, 03 maggio 2008,
Sto leggendo un libro.
Che in effetti mi arriva in un momento di 'scossoni' in una storia a cui mi sto dedicando.
Poi ci sono tante parole, lì dentro che hanno echi di altre, già sentite e condivise fin ora nel mio percorso di donna, lavoratrice e madre (non in ordine di importanza, scritti in nessun ordine particolare).

Siccome ho in mente di riunire un pò di materiale, di fare delle considerazioni declinate, di farne uscire qualcosa di 'costruttivo' insomma, da condividere on line ma che finirà di certo anche in quella storia che.

Vi lascio qui un appello.
Chiunque abbia voglia di raccontarmi 'la sua' esperienza di donna, madre e lavoratrice QUESTA è la mia mail. Io sono qui (come ho già scritto altre volte su questo spazio).
E mi piacerebbe davvero che si potessero incrociare esperienze, desideri, paure, dolori, discriminazioni, fatiche... dividere quello che volete sull'essere donna-lavoratrice-madre oggi.
In particolare sulle dinamiche figli-attività lavorativa.

Quando è stato pubblicato il libro-documentario di cui sopra, gli ultimi dati statistici stabilivano che ogni donna italiana aveva in media 1,2 figli nell'arco della sua vita. Le statistiche più recenti che ho rintracciato io on line dal sito dell'Istat parlano di 1,3 figli a donna nel 2007. QUI potete rintracciare la tabella ingrandita oppure dal sito dell'Istat.
Wow.
Poi c'è il fattore lavoro.
Le difficoltà, i disagi, le ingiustizie e i 'trattamenti' che una donna oggi incontra quando accanto al termine 'lavoratrice' aggiunge anche quello di 'madre'.
I due ragionamenti sono slegati?
Io non credo.

Se volete, sapete come rintracciarmi.

Barbara
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Nella foto si vede la mia sagoma e quella di mio figlio, un sabato mattina di fine aprile mentre tentavamo di riprendere un gatto randagio che - devo dire - si è prestato molto gentilmente a lasciarsi immortalare e osservare dal mio terremoto.
venerdì, 02 maggio 2008,
Tempo di 'ponte' per qualcuno.
Di silenzi per altri.
E' uno di quei periodi che non si capisce se le strade sono piene come sempre o più vuote, in letargo.

Il sole va e viene. L'aria sembra tiepida ma - appunto - è un'illusione temporanea. Il tempo di togliersi un maglione poi si inizia a tremare.

Forse non è neanche Venerdì, oggi.
E magari domani.
Domani è meglio non pensarci altrimenti scatta la tristezza, ma quella fonda delle aspettative cullate poi disilluse con un tonfo rapido.

Quella qui sotto io.
Quella rosso scuro intendo.
Un figlio maschio ce l'ho, per giunta vicino in età a quello della foto ( 'il mio' ha una faccia decisamente meno angelica, più da 'mò vedi che ti combino' però il senso c'è..)
Un gatto ce l'ho.
Anzi una gatta, non rossiccia così ma nera ('Luna' appunto).
Comunque.

Quella dentro il vaso trasparente sono io.
Che non è poi così malvagio, come habitat.


Foto presa in prestito da QUI

Qui invece è dove andrei.
Che non è poi così diverso da certi paesaggi che vedo in autunno. L'autunno è la mia stagione.

Foto trovata QUI

Tante altre foto strampalate ma deliziose QUI.
venerdì, 02 maggio 2008,
Certe giornate nascono per non essere.
Certe giornate non esistono perché quando apri la moka bollente e inspiri l'aroma inconfondibile del caffè già pensi alla notte, a quando potrai rintanarti sotto le coperte sperando di essere portata via in fretta, subito. Adesso. Ora.
In realtà lo sai, che non è colpa della giornata - figurarsi.
Sei tu che non esisti.
Per questo è così dura, immaginarti a gestire un tempo che non ti serve, è sempre troppo per quello che dovresti, vorresti.
Cosa vorresti poi?
...
Smettere di pensare sarebbe già qualcosa.

mercoledì, 30 aprile 2008,
Senza parole.

 QUI

mercoledì, 30 aprile 2008,

Foto di Simona Zanicheli

Avete sempre pensato che il carnevale è un periodo ridicolo?
Tutto quel mascherarsi, sfilare, buttare coriandoli e caramelle...
Roba di bambini.
Che poi, c'è anche freddo in quel periodo. Chi ve lo fa fare di andare in giro a vedere questi carri enormi? Con gente camuffata che si dimena, balla e inscena qualcosa che, insomma... forse andrebbe bene per un teatro... forse...

Qualsiasi cosa pensiate del carnevale.

Se volete curiosarne uno 'da dentro', QUI la prima puntata di un progetto che ho seguito e fortemente amato.

Certe volte l'eccesso cela diversità inaspettate.
Certe volte cambiare pelle è come rigenerarsi.
Certe volte divertirsi tra canti, balli, colori e costumi non è niente di più di questo. Un modo per stare insieme, ridere, lasciarsi andare. Senza preoccuparsi di niente.
In quei momenti puoi essere chi vuoi. Sei chi vuoi senza limiti.
Sei davvero sicuro che tutto questo ti lascia indifferente?

Foto di Simona Zanicheli
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Segnalazione:
Se il vostro sogno è quello di  pubblicare un giallo o un noir, una serie di racconti polizieschi o  un libro di spionaggio, l'evocazioni di delitti celebri o  la ricostruzione di famosi od oscuri delitti del "potere", allora ci potrebbe essere per voi una possibilità.

>> Informazioni complete QUI.
martedì, 29 aprile 2008,
Ci sono percezioni, ricordi, che non tornano.
Li dimentichiamo perché sopra ci salviamo dell'altro. Ricordi nuovi, freschi che ci sembrano più meritevoli di un posto 'd'onore' nel nostro contenitore delle memorie.
Poi succede che qualcosa ci fa traballare.
Qualcosa di grosso ma anche infinitamente piccolo.
E in quel traballare eccoli che tornano. I sapori lontani, lottano tra la nebbia e si sforzano di attirare l'attenzione.

A me succede quando ho la cefalea.
Come oggi.
Cambio ritmo, mi muovo lenta. E' la testa il nuovo centro pulsante del mio mondo. E' lei che ascolto e assecondo. Correrei perfino, pur di farla contenta, pur di saperla più quieta. (Anche se poi, lo so che non le frega di niente, di me men che meno)
E mentre mi concentro, mentre tento di sciogliere nervi e annullare tutto il resto.
Loro tornano.

L'odore intenso, pungente di un ammorbidente che non era fruttato ma neanche l'essenza di un fiore. Quel sapore che mi arrivava al palato quando da bambina mi rannicchiavo sotto le coperte, nella cameretta in penombra e pensavo. Mentre fuori pioveva, come adesso. Fitto. Forte. E io là sotto, con la coperta di flanella tra i denti, la fronte bollente e quel vago senso di malessere diffuso.
Poi.
Mia madre che entrava.
Piano.
Vedevo la maniglia ruotare con una lentezza esasperante. Volevo dirle che la sentivo, che sapevo. Ma non lo facevo mai. Aspettavo. Che il rito si compiesse. Che lei scivolasse nella penombra con il vassoio. Acqua, tachipirina, cracker, un frutto.
E una carezza. Alla nuca scoperta, verso i capelli unti che galleggiavano sul cuscino.
Continuavo a non muovermi. Mi piaceva quel contatto, mi piaceva il saperla lì per me, con me. Attenta a non fare rumore.
Più di tutto.
Mi piaceva sentirmi protetta. Da là sotto potevo solo sorridere. E lo facevo, in realtà.

Oggi,  una carezza così mi farebbe sorridere ancora.

@Foto BG