[Questa prima parte è un estratto di alcuni appunti di prossima pubblicazione sul saggio 'Dissolvenze' a cura di N.Vallorani, Il Saggiatore, 2009 - Bg]
C’è un sottile filo, che richiama a un nodo centrale (fortemente attuale), negli scritti di Garlaschelli e Vallorani: i corpi come movimenti.
‘Movimenti’ da intendersi come azioni, gesti, carne che si sposta, fa, agisce. Ma sono ‘movimenti’ anche le mutazioni, i cambiamenti a cui i corpi sono soggetti malgrado ciò che si vorrebbe, malgrado le volontà e l’impegno di mantenerli sani, belli, perfetti nell’estetica consumistica che associa apparenza ad accoglienza vuota da accettazione sociale fugace.
I corpi sono movimenti.
Questo dicono gli scritti di Garlaschelli e Vallorani, che partendo da due punti distanti (l’accadimento che danneggiando il corpo ne limita le mobilità, sposta equilibri di movimenti anche basilari – per Garlaschelli – e la malattia, nella fattispecie l’Aids, che deturpa il corpo anche nel suo impatto sociale, entro maglie che riconoscono nel contagio la colpa, nei tocchi la trasmissione del male che quello stesso corpo ha cercato facendo ‘cose cattive’ e in esse è mutato), si ricollegano entro dinamiche di ‘movimento’, ammissioni di variabili spesso imprevedibili e incontrollabili che spostano equilibri, costringono i corpi a mutare percezioni, intenti, energie.
“L’incidente mi ha messo di fronte alla verità che il corpo muta n continuazione, a diverse velocità e che è, nonostante tutti gli studi e le analisi, un anagramma difficilmente decodificabile.
I corpi raccontano storie che non sempre è possibile comprendere. I corpi cambiano. […] Il corpo umano è legato al movimento. Noi immaginiamo i corpi come una somma di gesti, guizzi, scatti. I corpi vivi sono il movimento. Concepire un corpo vivo immobile per sempre è quasi un controsenso. […]… quella che era la tua casa, quello che eri tu – e cioè il tuo corpo – diventa d’improvviso altro da te. La cosa strana è che di molti non ricordo bene il volto, a di tutti ricordo i corpi.”
(pag.136- il corpo saggio di Barbara Garlaschelli)
“I malati di Aids, dunque, sono definiti da un destino doppio, che combina la morte fisica con la morte sociale, e che è l’origine e la conseguenza della loro invisibilità. L’Aids è un segno che non può essere cancellato. Esso possiede una potenza narrativa che risiede nella sua capacità di determinare una revisione radicale nell’anatomia del corpo e nel produrre un nuovo tipo di soggetto sociale: né maschio né femmina, né bianco né nero, né ricco né povero, questo corpo è qualificato soltanto dalla sa necessaria esclusione dalla collettività. […] L’immagine del corpo del malato come contenitore infetto produce la necessità di prendere distanza da esso, designandolo come anomalo e dunque irrevocabilmente Altro.”
(pag. 166 – visioni per ciechi di Nicoletta Vallorani)
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Sempre entro lo stesso filo sottile, una settimana fa Federica Sgaggio mi segnalò una mostra che stava visitando su Francis Bacon:
Francis Bacon's studio (dal dublin city gallery the hugh lane)
Federica ne ha scritto (grazie): Bacon mi sta dicendo qualcosa.